IL CORPO

prof. Alfredo Parra

Il rapporto fra l’uomo ed il suo corpo è stato oggetto di analisi da parte della filosofia fin dal suo inizio. Scopo di questa brevissima introduzione non è presentare tutte – ma neppure le principali – soluzioni date al problema nel corso di due millenni e mezzo; il proposito è soltanto di mostrare tramite alcuni esempi come non si possa ingenuamente assumere che l’atteggiamento che noi abbiamo nei confronti della nostra corporeità sia quello che tutti hanno ed hanno sempre avuto. Ed è questo atteggiamento che entra in gioco quando si propone il tema della donazione degli organi.

Qualche riferimento filosofico
La questione si è spesso presentata nella forma del rapporto dell’anima col corpo ed è stata collegata quasi sempre al problema di una vita ultraterrena di cui ipoteticamente lo spirito godrebbe. Le risposte, filosofiche o religiose che siano, si possono dividere essenzialmente in due gruppi:
· Anima e corpo sono una realtà unitaria
· Anima e corpo sono entità distinte

Al primo gruppo appartiene la dottrina aristotelica (IV sec a.C.), che considera l’anima una funzione. Naturalmente una funzione non si può separare (se non mentalmente) dalla cosa cui si riferisce; come si potrebbe dividere dal coltello la sua capacità di tagliare e farne due cose (sostanze) distinte? All’anima umana appartengono la facoltà vegetativa, la sensitiva e la razionale, che è come dire che un corpo umano vivente riesce · a sopravvivere (all’anima vegetativa, propria di tutti i viventi, piante comprese, si riferisce la maggior parte dei sistemi automatici del corpo, come la digestione, l’accrescimento etc.)
· a condurre una vita di relazione (l’anima sensitiva, comune a tutti gli animali, incluso l’uomo, consente la sensazione e l’azione)
· a ragionare (e questa è una prerogativa di noi esseri umani, i soli ad essere forniti di un’anima razionale).
Il più ragguardevole esponente del secondo gruppo di teorie è Platone (V-IV sec a.C.), per il quale l’anima è a tal punto autonoma da poter non soltanto sopravvivere alla morte, ma addirittura passare da un corpo all’altro (metempsicosi) compiendo un suo percorso fra la terra ed il cielo, fra il mondo ed il sopramondo (il “mondo delle idee” al quale appartiene). Questa carne è più un ostacolo che altro e liberarsene è sfuggire ad un carcere.
Ma la dottrina della separazione fra anima e corpo tocca il culmine con il filosofo francese Cartesio (XVII sec) per il quale l’anima è una sostanza pensante e non estesa (res cogitans), mentre il corpo è una sostanza estesa e non pensante (res extensa). L’unione fra le due realtà risulta difficile, ma il pensarle così separate ed indipendenti rende possibile alla scienza ogni intervento sul corpo, che si presenta come un meccanismo e niente più.
Il corpo nella storia
La la gente comune, quella che non sa di filosofia, come ha sentito il rapporto con il proprio corpo? Le diverse civiltà ci forniscono esempi di atteggiamenti assai diversificati. La cura maniacale degli Egiziani per la preservazione del cadavere, che aveva prodotto raffinatissime tecniche di imbalsamazione, ci fornisce il quadro di una società che considera l’integrità fisica il massimo bene; al punto che una menomazione comporta l’esclusione dalla vita ultraterrena.
Nell’età classica i Greci posero l’attenzione soprattutto sulla bellezza – intesa come armonia delle proporzioni – del corpo umano, dando origine a canoni estetici dei quali subiamo ancora l’influenza. Il loro ideale congiungeva bellezza esteriore ed interiore e li portava ad aver orrore della deformità, regolarmente associata ad immoralità ed inferiorità, come nel Tersìte omerico. L’eroe, come il dio, è sempre bello ed integro.
Presso molte popolazioni africane ed amerinde troviamo invece largamente diffuse pratiche di deformazione di varie parti del corpo (labbra, naso etc.) intese ad accrescere l’attrazione sessuale oppure ad indicare una superiorità di rango sociale. Ed è noto che certe deformità, in genere procurate, costituivano per i Cinesi un richiamo erotico irresistibile.
Si potrebbero moltiplicare gli esempi. Si potrebbero anche cercare le ragioni sociali di questi differenti atteggiamenti. Ma per i nostri scopi è sufficiente osservare che non c’è uniformità e che le diverse civilizzazioni hanno un’idea differente di come atteggiarsi di fronte al corpo. E se anche restiamo nel presente, mettendo da parte la storia, non è difficile scorgere una non piccola diversità (cioè allontanamento da un’ipotetica normalità) non soltanto in molte popolazioni extracomunitarie con cui oggi è facile entrare in contatto e che praticano magari l’infibulazione, ma anche in una buona parte dei giovani e giovanissimi che ricorrono a volte massicciamente al body piercing, suscitando nelle generazioni precedenti, che riguardano con orrore la perforazione del naso o del labbro, un senso di assoluta alterità.
Il corpo è una proprietà? La bioetica ed in particolare il tema del trapianto ci costringono a porci la domanda: “A chi appartiene il corpo nella sua totalità e nelle singole parti che lo compongono?”
Fino a che la tecnica non ha consentito di trasferire un organo da una persona all’altra il problema o non si è posto o si è posto diversamente. Ma oggi alla domanda non si sfugge nella sua doppia formulazione giuridica ed etica: “Chi ha il diritto di disporre di un certo organo?” e “A chi è moralmente lecito disporre di un certo organo?”
Il concetto che il corpo sia una proprietà della persona appartiene al mondo anglosassone più che a quello latino e si può far risalire all’empirismo inglese, dal quale emana il liberalismo (XVII sec.) e pertanto l’esaltazione della proprietà privata come del principale diritto dell’uomo. Ma nessuna proprietà precede quella del proprio corpo. Nessuna può essere considerata più preziosa.
Ed il depositario di questo diritto altro non è che il cittadino, la cui libertà è oggetto delle cure più gelose da parte dell’individualismo filosofico che ha sempre imperato nel mondo anglosassone.
Ma, anche ammesso che il corpo sia una proprietà, non è detto che questa appartenga in modo totale ed esclusivo al cittadino. E’ possibile ipotizzare (in nome di altre tradizioni, fra cui quella di matrice socialista) che sia necessario un controllo sociale sul corpo e che in definitiva l’interesse della collettività prevalga su quello del singolo.
Portando alle estreme conseguenze le due posizioni, la prima dovrebbe consentire la libera vendita degli organi secondo le comuni leggi di mercato, mentre la seconda potrebbe imporre il principio della proprietà collettiva dei corpi dei cittadini, togliendoli del tutto dalla loro disponibilità.
Scopo di questa introduzione non è naturalmente prendere posizione sui principi, ma semplicemente rendere manifesto che ne esistono di contrapposti e che le nostre decisioni sui singoli problemi non possono prescindere da una considerazione di carattere generale (ovvero filosofico) intorno alla bioetica.

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