MEDICINA E COMUNICAZIONE

prof. Alfredo Parra

L’aspetto della comunicazione è presente in tutte le attività umane. Nella medicina si configura innanzitutto come comunicazione fra medico e paziente, anche se esistono altri canali: per esempio, i medici fra loro o la divulgazione scientifica.
Vediamo la cosa dalla parte del medico. Il sapere medico si esprime in primo luogo in un fare, ossia come una forma di sapere tecnico-operativo (casi estremi: il chirurgo che non parla, ma taglia o il medico legale, che ha a che fare con pazienti inanimati). Ma poiché si tratta di un uomo e non di un robot altamente sofisticato, l’arte non può prescindere dalla comunicazione.
Ma quale comunicazione? Essa può assumere l’aspetto di un interrogatorio, come è nell’anamnesi del medico ippocratico: il paziente è sospettato di aver violato in qualche modo il regime di vita a cui doveva attenersi e la malattia ne è il risultato.
Molto spesso è stato il medico stesso ad aver acconsentito a farsi confinare nel ruolo di puro tecnico ed a ridurre il suo dire all’indispensabile, per esempio alle istruzioni al paziente che deve seguire una cura ed a qualche parola di circostanza, magari di incoraggiamento. Questa riduzione può essere rassicurante per il professionista; anche l’uso del linguaggio tecnico per impedire a chi non appartiene all’Ordine di capire (e quindi di controllare) va in questa direzione. Il profano viene tenuto a distanza ed il medico si gode il suo potere: chi non è stato iniziato ai misteri della medicina non può partecipare alle discussioni, perché non può neppure comprendere i termini del problema.
Nel “Malato immaginario” di Moliére c’è un bell’esempio di linguaggio volutamente astruso, che ha lo scopo di comunicare non informazioni, ma il senso della potenza della medicina. Anche in Tolstoj il tema è trattato, ma drammaticamente (vedi allegati).

Questo concetto che talora il medico ha di se stesso (un puro tecnico) è stato e può ancora essere rinforzato dal concepire la cura come cura dei corpi, in un mondo in cui questi sono separati dagli spiriti ed (eventualmente) soggetti a leggi differenti. Tale è il caso della concezione cartesiana imperante nel Seicento, che analizza appunto il mondo in res cogitans e res extensa. In una prospettiva del genere curare significa fungere da meccanico per quell’automa assai complesso che è il corpo umano. Allo spirito (la mente o anima) penserà la Chiesa, depositaria di un enorme potere sulle coscienze.
In effetti, questa separazione era già avvenuta all’avvento del Cristianesimo, per il quale la medicina è un’attività secondaria, riguardando il corpo, che è appena un involucro. La medicina delle anime spetta alla Chiesa, che ne è gelosissima.
In altre versioni di questa separazione dell’anima dal corpo, la medicina delle anime spetta (come nel platonismo) alla filosofia. Mai al medico, cui rimane il ruolo di tecnico, poco più di un meccanico, appunto.
Nel mondo contemporaneo c’è stata una laicizzazione anche della funzione di curare le anime: la nuova versione porta l’impronta soprattutto di Freud. Tuttavia la ricomposizione non sembra avvenuta, perché la differenziazione dei ruoli tende a separare la psicologia, specie nella sua variante psicoanalitica, dalle altre specialità mediche ed ancora una volta si ripropone l’opposizione fra quelli che fanno e quelli che parlano. L’impostazione bioetica è un’occasione da non perdere per la medicina: l’occasione di rimettere insieme quest’uomo atomizzato che è il medico e stabilire i rapporti col paziente su altre basi, più soddisfacenti per entrambi.
Ma il mondo moderno offre sempre più frequentemente un nuovo scenario, in cui i rapporti non sono più pazienteè medico, ma pazienteè istituzione. Qui (ospedale, centro analisi etc) il medico perde la sua individualità e si frammenta in una serie di figure che sfumano dal dirigente all’inserviente, creando un problema di identità e rendendo difficile fornire all’utente un valido interlocutore. Forse è questo il campo dove si avverte ancora di più il bisogno di umanizzare e ricomporre, ossia di ricorrere ad una considerazione bioetica.

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