RISERVATEZZA DEI DATI

Un approccio storico al problema – Prof. Alfredo Parra

Introduzione

Il problema della privacy a proposito dei dati personali è dell’oggi e non dell’ieri, nel senso che esso si pone in una società come la nostra nella quale di dati se ne trattano a miliardi. Ma per inquadrare il fenomeno può giovare un breve, brevissimo excursus storico, a titolo di introduzione.

I dati di cui parliamo non sono soltanto quelli sanitari; questi ultimi costituiscono un caso particolare, senza dubbio per noi di alto interesse, ma che richiede di essere inserito in una realtà più vasta. In ogni società si sono sempre trovate posizioni o persone investite del compito di raccogliere e conservare informazioni. Sarà stato magari lo sciamano a conoscere quanto riguardava la salute, le aspirazioni, i bisogni dei membri della tribù; ciò avrà posto sicuramente problemi etici a lui ed alla collettività. Da quando, però, il dio egiziano Theuth inventò la scrittura, le registrazioni, non più affidate alla semplice memoria individuale, si fecero più ampie e durature ed il tenerle divenne un’arte, quella dello scriba cui era connesso un potere esclusivo. In tutte le civiltà orientali troviamo un servizio di raccolta e conservazione dati; variano (molto) i materiali utilizzati e (poco) i fini (generalmente tassazione).

Nell’antichità classica furono i Romani a realizzare il più imponente sistema di registrazione che si fosse mai visto. Particolarmente in età imperiale i dati venivano raccolti anche nelle più remote province ed un’amministrazione centralizzata ed estremamente informata le elaborava. L’ Imperium si basava sulla completezza, la tempestività e la ricchezza delle sue comunicazioni almeno altrettanto quanto sulla forza del suo esercito. Chi sedeva al centro di questa rete poteva governare proprio perché aveva il controllo delle informazioni tramite un vastissimo e selezionato corpo di funzionari.

Quando il sistema collassò ed ebbe inizio l’età medievale, non per questo cessò il lavoro di raccolta e gestione dei dati. Vi furono però importanti mutamenti: mentre gli addetti a questa attività erano stati in precedenza laici, ora divengono obbligatoriamente ecclesiastici. La cultura è divenuta monopolio della Chiesa: i monaci nei loro scriptoria registrano dati, mentre chi governa è essenzialmente un guerriero, un signore feudale per lo più ignaro di lettere. Si attua qui una scissione all’interno della classe dirigente; laddove nel mondo antico la funzione militare era separata dalla amministrativa, nell’età medievale gli incarichi politici sono di regola detenuti da condottieri di eserciti, mentre le funzioni civili sono svolte da religiosi. I dati raccolti e conservati sono più o meno gli stessi; ma

– la loro mole è calata, a causa del generale impoverimento della base economica della società;

– la loro archiviazione diviene un affare decisamente locale, essendo il potere assai meno centralizzato che nell’antica Roma;

– essi assumono poi una marcata coloritura religiosa, visto che chi si occupa della loro gestione è un ecclesiastico che non distingue fra le diverse funzioni che in lui si riuniscono e che concorrono al suo prestigio ed al suo potere.

ù Verso la fine del medioevo compaiono elementi nuovi:

– il rifiorire dell’economia, che abbandona il modello dell’autosufficienza per volgersi verso il mercato;

– l’ascesa di nuove classi sociali fra cui primeggia la borghesia;

– l’introduzione di innovazioni tecniche capaci di rivoluzionare la vita dell’uomo.

Fra queste ultime è la stampa che più influisce sull’evoluzione del sistema di gestione dati: la Chiesa perde il monopolio della produzione e distribuzione di testi, dato che non c’è più bisogno del monaco amanuense; non perde però il controllo sui dati stessi. Infatti ogni libro abbisogna per essere dato alle stampe di una particolare autorizzazione ecclesiastica ed in generale la Chiesa si riserva il diritto di sindacare ogni opinione e di impedire la comunicazione – in qualunque forma – di quelle che non concordino con la sua dottrina. Con il passare del tempo la società si emancipa – molto lentamente ed attraverso lotte feroci – dalla tutela dei religiosi, ma la gestione di un certo tipo di dati rimane lungamente affidata ad essi. In particolare, i registri parrocchiali costituiranno fino al secolo XIX l’unica anagrafe di cui la società disponga; al parroco spetta di annotare le nascite, le morti, i matrimoni – ed il sovrano che si proponga di tassare i suoi sudditi o di esercitare la leva militare dovrà attingere le necessarie informazioni da questa fonte, non esistendone un’altra.

In sostanza la Chiesa seguitava a svolgere funzioni pubbliche e neppure la Rivoluzione francese intese – almeno in un primo momento – togliergliele, tanto è vero che con la Costituzione civile del clero gli ecclesiastici furono anche economicamente equiparati a funzionari statali, dai quali – tra l’altro – ci si attendeva una fedele tenuta dei registri di loro pertinenza.

Ma tale situazione non era destinata a durare. Fin dagli ultimi anni del Settecento alcuni stati iniziano a dotarsi di un catasto pubblico, in cui siano contenuti – ai soliti fini di tassazione – tutti i dati riferiti alla proprietà immobiliare; nel secolo successivo tutti si dotano di uffici periferici di anagrafe, che fanno sì che le registrazioni parrocchiali risultino dotate di mero valore confessionale e quindi significative solo per chi aderisce a quella particolare Chiesa, affermando al contempo il diritto del cittadino di rimanere fuori da qualsiasi religione.

È nell’Ottocento che assistiamo ad un’impennata nella crescita dei dati, sia quelli tenuti dall’autorità pubblica (tanto centrale che periferica) sia quelli di enti privati. Tra questi ultimi primeggiano gli istituti bancari, la cui importanza è cresciuta a dismisura con la rivoluzione industriale; la richiesta di capitali che solo le banche possono procurare agli operatori comporta l’attivazione – all’interno di queste – di un ufficio informazioni cui ci si rivolge per conoscere la consistenza dei patrimoni e l’affidabilità delle persone cui aprire eventualmente un credito. Le polizie, sia pubbliche sia private, hanno pure un loro servizio di intelligence, e la schedatura dei cittadini diviene una prassi corrente.

È proprio nell’Ottocento che si pone prepotentemente il problema della privacy; è ovvio che anche in precedenza la riservatezza intorno ai dati soprattutto personali era richiesta da chi li possedeva, in primo luogo gli ecclesiastici; tuttavia è la dimensione del fenomeno che ci costringe a confrontarci con esso e da questo punto di vista è proprio la rivoluzione industriale che lo fa crescere in misura così ingente. Innanzitutto l’aumento della ricchezza consente di affrontare i costi della tenuta delle registrazioni; la diffusione della cultura mette poi tutta la popolazione in grado di accedere alla documentazione scritta; gli efficienti mezzi di comunicazione permettono un rapido scambio delle informazioni raccolte.

Con il Novecento la massa dei dati cresce in modo esponenziale, a causa della meccanizzazione della raccolta, dell’ archiviazione e della gestione. I progressi delle comunicazioni in genere tengono un ritmo incalzante; ma è l’introduzione del computer che fa compiere un salto di qualità. I primi autentici elaboratori degli anni ’50 ci appaiono oggi quasi dei reperti archeologici, con le loro dimensioni elefantiache, le macchinose procedure per l’introduzione dei dati mediante schede perforate, le limitate capacità di memorizzazione, l’esasperante lentezza di calcolo, l’astrusità e l’anti-intuitività dei comandi. Malgrado tutti questi limiti, la massa dei dati trattati era già enorme, impensabile in qualsiasi epoca precedente. I passi successivi hanno messo l’uso di questi mezzi alla portata di qualsiasi persona possieda un minimo livello di istruzione e non più soltanto di tecnici altamente qualificati. Progettare e realizzare un database non richiede oggi una preparazione informatica particolarmente sofisticata; accedere ad uno già realizzato per introdurre o modificare dati in esso contenuti è operazione che può essere realmente compiuta da chiunque.. Il risultato è che la più sterminata massa di informazioni mai esistita – contenuta in Internet – è virtualmente a disposizione di chiunque; virtualmente, perché una parte dei dati è protetta (mai in modo totale; gli Hackers sono penetrati – spesso clamorosamente – dappertutto); ma anche soltanto ciò che è accessibile a qualunque utente della Rete sfornito di autorizzazioni supera ogni immaginazione. Basta connettersi una volta per rendersi conto dell’importanza che il controllo delle informazioni assume in questo mondo informatizzato. Anche i dati apparentemente meno gelosi, come quelli anagrafici, sono guardati con cupidigia dalle aziende presenti in rete, che usano ogni sorta di allettamenti per indurre l’utente a concedergliene l’uso. Ecco perché il tema della privacy è tanto di attualità. Ma ciò va oltre gli scopi di questa introduzione e sarà trattato altrove. Qui basterà porre la questione della riservatezza come un problema morale del nostro tempo: il diritto della persona a decidere dei dati che la riguardano come si rapporta con l’utilità che altri (e.g.: stato, ricerca scientifica, privati) possono ricavare dal loro uso?

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